PARMÍSSI
Fiabe Sinte


 


Introduzione

Parmisso (pl. parmissi, dal greco ) significa "racconto".
La narrativa orale, come ci descrive Spatzo, costituiva in passato una parte importante del patrimonio culturale dei Sinti.
Quando ancora si praticava una vita nomade, al termine della giornata ci si sedeva intorno ad un fuoco ad ascoltare storie fantastiche tramandate di generazione in generazione.
Ora purtroppo tutto ciò appartiene ad un mondo che non esiste più e del quale si rischierebbe di perdere anche la memoria se non fosse per la testimonianza di persone come Spatzo e di chi, come lui, ai ricordi d'infanzia coniuga un profondo amore per la propria gente.

Queste pagine contengono la trascrizione di due pubblicazioni realizzate nel corso dell'a.s. 1992-1993 dalle classi della scuola elementare "Madonna Bianca" di Trento per iniziativa di Mary Rattin (insegnante) e dello stesso Spatzo (poeta e musicista sinto).

Egli mi ha regalato queste pubblicazioni con una dedica che rappresenta per me il dono più gradito. In essa si legge: "Per Sergio, amico e fratello, un pezzetto della nostra storia!". Ed io rispondo:

Parkrau man tutar fun mro tschelo herz, kamlo unt pral mal Spatzo!
(Grazie di cuore, mio caro amico e fratello Spatzo!)

Sergio Franzese

 

Maggio 2002

 


 

Spatzo e Mary


 

U tíkno tschávo sinto karéllo Spatzo

Ricordi d'infanzia del nostro amico
Spatzo (Vittorio Mayer Pasquale)*

Quando io ero piccolo i bambini sinti non giocavano, non avevano giocattoli come avete voi, né facevano giochi organizzati.
Quando io avevo otto o nove anni mio padre mi regalò una chitarra. Anche i miei amici ne avevano una, o un violino, secondo la loro attitudine, e il nostro gioco era suonare.

Allora si viveva all'aria aperta. Ci accampavamo vicino ai boschi, sotto le vigne o sotto i meli, nella valle tra Merano e Bolzano. Era molto bello in primavera quando dormivamo fuori, sotto gli alberi e ci svegliavamo coperti dai petali dei fiori.

Alla mattina presto, al primo canto degli uccelli, noi ragazzi ci alzavamo in silenzio e alla chetichella ognuno prendeva il suo strumento.

Chi aveva la chitarra, chi il violino, chi il mandolino o la cetra... e via! Via per il bosco o la campagna, ci allontanavamo quel tanto che basta per non farci sentire e ci mettevamo a suonare.
Ci facevamo scuola l'uno con l'altro, ognuno insegnava agli altri quel poco che sapeva e quello era tutto il nostro divertimento.

Noi bambini andavamo anche a pescare o a cercare i ricci, che erano un cibo molto apprezzato non solamente da noi Sinti ma anche dai gage. Noi conoscevamo il modo di trovarli, le loro tracce e il loro odore, e sapevamo come pulirli, che è una cosa difficile.
In primavera andavamo nei prati a raccogliere il radicchio, così portavamo qualcosa da mangiare per aiutare la famiglia.
Essere utili alla famiglia era per noi più importante che giocare.

Le donne anche allora andavano a fare questo mestiere dei Sinti: andavano manghél e quando tornavano a casa trovavano tutto pronto per cucinare.
Noi ragazzi preparavamo la legna e le ragazze stavano a casa, lavavano e pulivano poi accendevano il fuoco e mettevano su l'acqua calda in attesa che la madre tornasse da manghél.
E questo era il nostro modo di vivere, si cresceva sani, a contatto con la natura, senza conoscere brutture di nessun tipo.

Una cosa che mi piaceva e mi incuriosiva tanto, da bambino erano le storie e le leggende sinte, perché venivano raccontate così bene che si restava incantati ad ascoltare.
La sera, quando ci fermavamo in un posto, la prima cosa che faceva la nonna era di circondare quel punto e segnarlo con delle croci per tenere lontane le forze maligne.
Lei benediva il posto e lo segnava, poi ci lavava perché, nonostante la povertà, era una donna pulitissima. Poi ci faceva pregare, in tedesco, perché lei era tedesca.
Non c'era luce elettrica allora e prima di dormire stavamo tutti attorno al fuoco e lei raccontava le storie e le leggende. Era meraviglioso ascoltare le leggende d'amore e le avventure di principi, principesse, conti e donne sinte...
Lei raccontava cose che a suo tempo avevano raccontato a lei nello stesso modo.

La nonna è stata la prima ad insegnarmi a suonare la chitarra. Una volta tutti i Sinti suonavano, anche le donne, perché avevano più tempo.
Ho conosciuto donne che suonavano bene la chitarra, altre la cetra o l'arpa.
La nonna mi ha insegnato anche a scrivere i primi caratteri, ma in gotico, perché lei proveniva dalla Germania e, a differenza dei Sinti di qui, sapeva leggere e scrivere.
Era una gran donna. Le donne sinte erano vere donne, forti e piene di energia, affrontavano la vita con coraggio e sapevano tante cose.

Una volta le bambine imparavano molto stando con la madre o con la nonna: imparavano manghél, imparavano darkrél (a fare le carte, la magia), tutte cose utili. A quindici o sedici anni sapevano accudire la famiglia, lavare, cucinare. Nessuna si sposava così giovane come succede adesso. Fino alla maggiore età, venti o ventun anni, stavano in famiglia e aiutavano i genitori.

Anche i ragazzi erano educati al rispetto, all'obbedienza e alla responsabilità. Nessun bambino o bambina avrebbe mai risposto male ad un anziano e l'obbedienza era assoluta.
Anche dopo i vent'anni nessun ragazzo beveva vino o fumava davanti ad un anziano. Mai! Nemmeno io l'ho mai fatto davanti a mio padre, era un segno di rispetto.
I nostri genitori ci hanno insegnato a vivere un po' duramente perché dovevamo essere preparati ad affrontare gli ostacoli della vita.
E quando si sposavano sapevano tenere una responsabilità. Così era.

I rapporti tra i Sinti e i gagé erano migliori, perché la diffidenza era minore e non c'era questi razzismo che sento oggi.
Io sono nato nel Tirolo e non ho conosciuto il razzismo: in ogni casa dove andavo ero ben accetto.
Andavo a chiedere nelle case di contadini, dove c'erano anche ragazzi della mia età con cui magari facevo amicizia.
- "Signora, avrei bisogno di qualcosa..."-
- "va' in cantina e prenderlo!" -
E mentre andavo in cantina a prendere le patate mi diceva:
-"Prendi il coltello e tagliati un pezzo di spek!"- oppure "Prenditi il vino!" se ce n'era.

Dunque c'era la fiducia reciproca. Anche noi, a quell'epoca, non facevamo danni dove si viveva, rispettavamo l'ambiente e le cose.
Non voglio negare che si rubacchiava, ma solamente per necessità, per poter vivere: una gallina, un po' di legna o frutta.
Non rubavamo nel vero senso della parola, cioè per egoismo o per soldi.

I soldi non contavano niente per noi Sinti e così non c'era neanche egoismo.
Dove ci trovavamo vivevamo bene, i contadini ci portavano ogni ben di Dio e se andavamo manghél tornavamo a casa con un sacco di roba.

Allora non c'era la tivù e i mezzi moderni. La gente si divertiva con la musica che noi offrivamo. Se andavamo in una qualsiasi osteria, suonavamo un po' per pagarci da bere e dopo un po' scorreva il vino anche sotto i tavoli, perché la gente si divertiva.

Adesso purtroppo è l'epoca dell'egoismo, anche per i Sinti. Anche loro sono stati contaminati dal progresso e non vanno più d'accordo nemmeno tra di loro.
Prima questo egoismo non c'era...

 

* dalla registrazione di un incontro avvenuto in data 18 marzo 1993


 

Ruk e Tikno Dével

Leggenda sinta raccontata da Spatzo (Vittorio Mayer Pasquale)

In un piccolo paesello sperduto tra le montagne del Tirolo viveva una povera madre con i suoi figlioletti in una misera e gelida carovana.

I tre fratellini si chiamavano Ruk, il più grandicello di sette anni, Tana, di cinque e la piccola Patrin di tre. Il loro babbo, poveretto era stildo.

La mamma, ammalata, non poteva alzarsi dal misero giaciglio; Ruk aiutava la mamma, assisteva le sorelline come poteva, raccoglieva la legna, accendeva il fuoco, prendeva l'acqua.

Quando la fame era più forte ed acuta, Ruk andava manghél, bussando alle porte con le manine gelate dal freddo. Chiedeva un po' di latte per la mamma, per le sorelline; ma spesso lo scacciavano, dicendogli: "Vattene piccolo vagabondo! Va' via! Non abbiamo nulla per gente come te".

Affamato Ruk tornava piangendo alla carovana.

La mamma allora lo stringeva al cuore e gli sussurrava:
- Mro tikno Ruk ... non piangere... abbi fede. Gesù bambino ci aiuterà.
- Mamma, perchè mi chiamano vagabondo?
- Non farci caso, cuoricino mio! Un vero sinto non fa mai caso a quello che dicono i gagé...
- Mamma, se avessi una chitarra! Andrei a suonare e così non mi chiamerebbero più vagabondo. Non ti pare?
- Ma sì, tikno Ruk... ora però fai la nanna!

Quella notte Ruk sognò che giocava con Gesù Bambino.

- Dimmi, tikno Ruk - disse Gesù - la vorresti una chitarra?
- Oh, sì, tikno Devel.
- Allora vieni con me!
Lo prese per mano e via di corsa attraverso un prato, proprio come due piccoli amici.
- Ora, mro tikno Ruk, vedrai che chitarra ti costruisco. Sai, non per nulla sono falegname.

Gesù Bambino si mise dietro al banco ed in men che non si dica fabbricò una bellissima chitarra.

Al mattino Ruk si svegliò felice come una pasqua, aprì gli occhi e... indovinate che cosa vide al suo fianco? La chitarra che Gesù bambino gli aveva fatta nel sogno.

Nessuno seppe mai da dove fosse venuta qualle chitarra ma una cosa, bambini, è sicura: Gesù Bambino esaudì tutti i suoi desideri. La mamma guarì in breve tempo, il babbo ritornò e nel cuore di Ruk e dei suoi fratellini rifiorì la gioia. E quando tornò la primavera ripresero a girare felici e contenti...


 

Spatzo con Sergio e Vincentine
(marzo 2002)


 

18/5/2005

Spatzo ci ha lasciati.

La malattia che lo aveva colpito negli ultimi mesi non lasciava speranza ma la notizia della scomparsa di una persona cara ci trova comunque sempre impreparati.
Chi, come me, ha avuto la fortuna di incontrarlo condividendo sentimenti, emozioni ed ideali piange oggi la perdita di un amico e di un fratello.

Egli stato un esempio di amore per la propria gente e per le sue tradizioni.
Latcho drom, pral! Tu tsches imar an mengre Herz!

S.F.